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ARTE

San Mauro, una perla nella pace del Mandrolisai

Edificato tra la fine del XVI secolo e l'inizio del XVII, il santuario vanta il più grande rosone isolano e fa parte di un complesso architettonico che include anche cumbessias.

Vito Cogoni
domenica 19 gennaio 2014 13:00

Il più grande rosone della Sardegna
Il più grande rosone della Sardegna

Una fascia costiera semplicemente incantevole e un mare quasi ineguagliabile sono il cliché che ormai da anni imprigiona la Sardegna e le sue potenzialità turistiche. La storia insegna, e i sardi spesso si impegnano a ribadirlo, che l'isola vera è altrove. In quella natura incontaminata che pochi sanno apprezzare a pieno, in quelle tradizioni ultrasecolari che si conservano ancor'oggi, in quel nucleo di una regione che sulle montagne ha visto arroccarsi gli autoctoni indomiti. E proprio lì nel cuore dell'isola si staglia la regione del Mandrolisai, che ha in Sorgono uno dei suoi paesi più popolati.

Natura, tradizione, ma anche arte. Alle pendici del Gennargentu, a 700 metri slm e a circa 5 km dal centro abitato, in direzione Ortueri, sorge il santuario campestre di San Mauro. La chiesa, costruita in una zona fortemente interessata da testimonianze preistoriche, con tombe dei giganti, domus de janas e menhir, fa parte di un vasto complesso architettonico che comprende anche un importante numero di abitazioni, le cosiddette cumbessias, ad uso dei pellegrini che con devozione la frequentavano. L'architettura tardogotica e rinascimentale permettono una datazione del santuario tra la fine del XVI secolo e la prima metà del XVII. Una data incisa nella semicolonna destra del portale, indicante l'anno 1641, consente di limitare non oltre quest'anno l'edificazione del complesso.

La chiesa presenta navata unica voltata a botte e ritmata da lesene che si riflettono all'esterno nei robusti contrafforti. Le campate così formate ospitano dieci nicchie, sormontate da timpani triangolari, che nel gusto palladiano riprendono il nuovo Sant'Agostino eretto a Cagliari alla fine del Seicento. Il presbiterio è profondo al punto da assumere forma quadrangolare; il recinto è chiuso da balaustra in trachite, mentre la copertura è a botte a tutto sesto, con cornicione aggettante che prosegue sino all'imposta della volta.

La facciata ha terminale piano, merlato, e riprende gusti gotico-catalani. Il paramento murario, costituito da conci trachitici grigio-rosati dal taglio regolare, è preceduto da una scalinata con ali in muratura al cui apice si stagliano due statue leonine, di fattura romanica, reggenti scudi d'Aragona. Ai lati del prospetto altre due ali non rispondono ad esigenze statiche ma accentuano l'effetto scenografico dell'insieme. Il portale tardo manieristico ha timpano curvilineo e semicolonne con piedritti decorati a motivi fitomorfi.

Ma ciò che più spicca nella facciata è, sopra il portale, l'enorme rosone, derivante da modelli del Sud Italia. Con un diametro di più di 4 metri conquista per distacco il primato isolano per grandezza. È inscritto in un cerchio al cui centro spicca l'elemento circolare traforato a croce, da cui partono 14 colonnine che, oltre il piccolo capitello scolpito su tre facce, si collegano con archi a tutto sesto incrociati e sagomati. Il fiorone è completato dal cornicione a spina di pesce sormontato da sopracciglio, agli estremi del quale spiccano due testine d'angeli. La loro leggiadria dispensa pace e serenità. Essi stessi sembrano impersonarle, abbarbicati in quest'angolo della Sardegna, in questo rifugio remoto ma beato di una terra impareggiabile.

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